Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò
Caro Fred,
ti scrivo per raccontarti la mia serata di ieri. O forse no, in realtà è solo una scusa (né migliore né peggiore di tante altre che avrei potuto trovare) per riflettere un po’.
Ti scrivo in italiano, perchè in italiano non parliamo da troppo tempo. Ti scrivo qui perchè mi piace immaginare che quello che scrivo su questo blog potrò rileggerlo anche tra qualche anno. E tra qualche anno ricostruire la storia di questi mesi, di un periodo di preparazione a scelte importanti.
La serata di ieri, dicevo. Sono stato ad una festa organizzata da due colleghi di lavoro. Abitano in un appartamento di proporzioni semplicemente incredibili per un Europeo, con una terrazza e una piscina all’ultimo piano di un grattacielo. E ogni tanto invitano un centinaio di persone per una serata.
Vedrai le foto, probabilmente, non appena riuscirò a mandartele. Mi vedrai goffamente alle prese con il forró, con una entusiasta e pazientissima “maestra” nordestina. Vedrai facce per te sconosciute, ma che per me cominciano a far parte di una quotidianità rassicurante e amichevole - quella stessa quotidianità da cui sento allontanarsi irreparabilmente alcuni dei nostri amici più cari a Parigi. Non sai nemmeno chi siano Fernanda, Viviane, Marco, Fabio, Romulo, André, Branca, Henrique o Sheila. Ma nel mio universo sentimentale stanno a poco a poco sostituendo la “famiglia” parigina, sempre più lontana, sempre più distante.
E’ naturale, è naturale anche questo, ne parlavamo qualche giorno fa. L’assenza di quotidianità affievolisce i rapporti personali e silenziosamente uccide quelli meno solidi. Una sorta di selezione naturale - necessaria, probabilmente, ma non per questo meno crudele. Solo, inevitabile. E dolorosa.
Quello che non può stare in nessuna foto è l’assurdo di certi dialoghi.
Penso per esempio al dialogo col palermitano-paulistano, che è nato qui, però ha studiato giurisprudenza in via Maqueda e ha uno zio che fa l’elettrauto vicino casa mia. Parlavamo di pane e panelle, arancine e ravazzate come se fossimo a Mondello.
L’improbabile scambio di battute con Sheila:
“Allora la cena europea la facciamo sabato prossimo?”
“No, c’è il feriado di lunedì, è Tiradentes, partiranno tutti”
“E tu che fai?”
“Non lo so, tu?”
“Niente. Partiamo pure noi”
“Andiamo a Salvador”
“C’è la spiaggia?”
“Certo che c’è.”
“Ci sono cose antiche di qualunque genere?”
“Ci sono”
“Allora andiamo. Fai i biglietti”
(li ho fatti, i biglietti, e il 18 sera saremo a Salvador da Bahia, anche se ci siamo visti due volte nella vita)
E poi quella conversazione con l’avvocata ubriaca, rimasta chiusa in bagno un quarto d’ora e quasi caduta in piscina… mi spiegava che a trentatrè anni deve sbrigarsi a fare un figlio, magari cominciamo a lavorarci subito che ne dici (mi ha salvato Fernanda, che stava assistendo alla scena come se fosse a teatro e che mi ha portato via con una scusa qualsiasi).
L’assurdo, dicevo, l’assurdo di una lunga chiacchierata con l’austriaco Martin, gallicizzato quanto me e adesso altrettanto tropicalizzato, con cui confrontavamo esperienze, difficoltà ed entusiasmi delle due integrazioni. Abbiamo lo stesso accento indefinibile, in francese, io e Martin. Quell’accento che sembra meridionale ai settentrionali e settentrionale ai meridionali. L’accento che ho rubato alle persone cui ho voluto bene in questi anni, senza discriminanti geografiche. Abbiamo ancora gesti ed espressioni francesi, che fanno ridere i brasiliani. Però in portoghese lui parla con un accento austriaco, e io con un accento italiano.
E i venti minuti musicali con la nordestina cui piacciono le canzoni italiane tacky, e che sa cantare io che non vivo più di un’ora senza te, la sa tutta, anzi l’ha proprio cantata tutta per intero, e ha continuato con Roberta ascoltami ritorna ancor ti prego con te ogni istante era felicità ma io non capivo non t’ho saputo amar (non preoccuparti se non le hai mai sentite - sono canzoni degli anni sessanta, nella nostra generazione le conoscono in pochi anche in Italia).
Penso che ti divertiresti molto, a vivere tutto questo. Sapresti approfittarne ancora più di me, cogliere tutte le occasioni, assaporare istante per istante. Io sto facendo del mio meglio per superare l’handicap di una vita sociale massacrata da tre anni di lavoro matto e disperatissimo. Non posso considerarmi interamente guarito, ma senz’altro ad un ottimo stadio di convalescenza.
E d’altra parte sono sicuro che stai vivendo esattamente le stesse esperienze in Norvegia. Non è il paese specifico che ci stravolge, credo, ma il fatto stesso di viaggiare con una curiosità e un appetito da bambini.
Un abbraccio,
—
Carlo
E se quest’anno poi passasse in un istante
vedi amico mio, come diventa importante che in quest’istante ci sia anch’io
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando … è questa la novità